Museo Tesoro di San Gennaro - Napoli

Illuminare il Tesoro di San Gennaro: la luce come racconto, emozione e rivelazione

…non so se ho illuminato io lui, o se lui ha illuminato me.


È questa la sensazione più sincera che ho provato nel momento dell’accensione del nuovo progetto di illuminazione del Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli.

Ci sono luoghi in cui la luce non può entrare come un fatto tecnico, non può limitarsi a rendere visibili gli oggetti, a rispettare i livelli di illuminamento, a correggere un’ombra o a eliminare un abbagliamento. Ci sono luoghi in cui la luce deve fermarsi un attimo prima, ascoltare, comprendere, quasi chiedere permesso.

Il Tesoro di San Gennaro è uno di questi luoghi.

Un museo colmo di un patrimonio di valore inestimabile, un insieme straordinario di capolavori d’arte, ex voto, ori, argenti, pietre preziose, manufatti, reliquiari, oggetti sacri e simboli civili che la storia ha consegnato a Napoli e che Napoli custodisce come una parte profonda della propria identità.

Davanti a tanta bellezza, la domanda vera è stata:
come facciamo a farli parlare?

Non illuminare gli oggetti, ma restituire loro un’anima

Parlare oggi di illuminazione museale è molto complesso e, allo stesso tempo, tremendamente affascinante, perché un museo non è più soltanto un luogo dove si osserva, è un luogo dove si entra in relazione con la memoria, con la materia, con il tempo, con il silenzio, con ciò che resta invisibile fino a quando qualcuno non trova il modo giusto per rivelarlo.

Nel progetto per il Museo del Tesoro di San Gennaro, la luce è stata pensata come una forma di racconto, senza spiegare tutto, al contrario, una luce capace di creare attesa, profondità, mistero, una luce che accompagna lo sguardo del visitatore e lo porta dentro la materia preziosa degli oggetti, una luce che non invade, ma svela, che non aggredisce, ma accarezza, che lo restituisce alla sua dimensione più alta, quella del rito, della devozione, della bellezza e della meraviglia.

Gli oggetti del Tesoro non andavano semplicemente illuminati, secondo me dovevano apparire come se godessero di una luce propria.

Questa è stata la visione.

La luce come regia dello sguardo

In un museo così delicato, la luce diventa una vera e propria regia visiva, decide come guidare lo sguardo, decide cosa resta in penombra, il ritmo del percorso, la distanza emotiva tra il visitatore e l’opera, e se un oggetto viene soltanto guardato o se viene davvero percepito.

Per questo il progetto ha lavorato su più livelli, dal controllo dell’abbagliamento, alla valorizzazione delle superfici, la lettura dei dettagli, la qualità cromatica, l’equilibrio tra oro, argento, pietre preziose, velluti, cristalli e materiali antichi.

Nel Tesoro di San Gennaro la luce doveva essere misurata, precisa, rispettare la fragilità della materia e, nello stesso tempo, restituire la forza simbolica di ogni opera.

Perché un gioiello non è soltanto un gioiello, sono frammenti di storia, sono segni di fede, sono testimonianze di potere, devozione, arte, artigianato, identità popolare e memoria collettiva.

La luce doveva tenere insieme tutto questo.

Il buio come materia progettuale

Il buio è stato una materia progettuale straordinaria, ciò che ha permesso alla luce di avere forza, è ciò che consente all’oggetto di emergere, è ciò che costruisce intimità, concentrazione, profondità.

Nel progetto del Museo del Tesoro di San Gennaro, il buio non è stato eliminato, è stato composto insieme alla luce.

La penombra diventa parte del racconto, le vetrine non sono semplici contenitori, ma piccole scene teatrali in cui gli oggetti emergono come apparizioni preziose, sospese dentro uno spazio intimo e magnetico.

La luce diventa selettiva, va a cercare il dettaglio, accende una pietra, una cesellatura, un riflesso, una curva, una superficie dorata, un’incisione, non mostra tutto nello stesso modo, perché non tutto deve avere lo stesso peso.

Questo è quello che intendo quando parlo di “poetica della luce”.

Il dialogo con la mostra “Il colore di Mimmo Jodice”

L’inaugurazione della nuova illuminazione del museo avviene in concomitanza con la mostra “Il colore di Mimmo Jodice”, un evento di grande intensità culturale.

La mostra presenta un aspetto raro della ricerca del grande fotografo napoletano, il suo unico progetto a colori, dedicato ai capolavori della pittura del Seicento napoletano, con opere ispirate a Caravaggio, Ribera, Luca Giordano, Artemisia Gentileschi e altri protagonisti di quella stagione straordinaria.

Tra il lavoro di Jodice e il progetto di illuminazione del Tesoro esiste un dialogo profondo.

Jodice isola dettagli, frammenti, volti, mani, tessuti, superfici, entra dentro la pittura e la trasforma in una nuova esperienza percettiva, le restituisce una nuova intensità.

La luce fa la stessa cosa, non si limita a mostrare, interpreta, orienta, rivela, costruisce un rapporto nuovo tra opera, spazio e visitatore.

Nel Tesoro di San Gennaro, le fotografie di Jodice e la nuova illuminazione del museo sembrano appartenere alla stessa necessità, far vedere ciò che normalmente sfugge allo sguardo distratto.